La F1 torna in Africa: la speranza è che non sia l'ennesima cartolina
Dopo 33 anni la Formula 1 torna in Africa, con un ambizioso progetto in Rwanda e un circuito spettacolare. Ma dopo tante scelte dettate dal business, la vera sfida sarà dimostrare che un Gran Premio può lasciare molto più di belle immagini.

14/10/2026 12:10:00 Tempo di lettura: 10 minuti

Da troppi anni assistiamo a una Formula 1 che sembra privilegiare la spettacolarizzazione rispetto al fascino autentico del motorsport. Circuiti cittadini, scenografie monumentali, eventi mondani e destinazioni esotiche sono diventati elementi centrali di un'espansione commerciale che, in alcuni casi, ha finito per mettere in secondo piano proprio ciò che dovrebbe rendere speciale questo sport: le corse. Ci scuserete, quindi, se il ritorno della Formula 1 in Africa, pur rappresentando una notizia da accoglieere con entusiasmo e attesa da decenni, suscita in noi anche qualche interrogativo.

L'annuncio ufficiale è arrivato il 13 ottobre a Kigali, dove è stato presentato un accordo decennale per organizzare il Gran Premio d'Africa in Rwanda, a partire dai primi anni del prossimo decennio. Il Mondiale tornerà così nel continente africano per la prima volta dal 1993, quando si disputò l'ultimo Gran Premio del Sudafrica a Kyalami.

Il presidente della FIA Mohammed Ben Sulayem ha definito l'accordo «un momento storico per il nostro sport», sottolineando come il ritorno in Africa rappresenti un passo importante nella crescita globale del motorsport. Ha inoltre assicurato che la Federazione lavorerà con Formula 1 e organizzatori affinché il nuovo circuito rispetti i più elevati standard internazionali.

Ma c'è un passaggio delle sue dichiarazioni che merita particolare attenzione. Ben Sulayem ha spiegato che l'accordo deve servire a creare «un'eredità duratura», attraverso la formazione di nuovi talenti, il coinvolgimento delle giovani generazioni e l'apertura di opportunità per il motorsport africano. Il presidente ha insistito anche sul tema dell'accessibilità, ricordando la responsabilità della FIA di portare questo sport verso nuove comunità e di favorirne la crescita a ogni livello.

«Ci assicureremo che, una volta entrata, l'Africa non esca». Un'affermazione che sottintende l'esistenza di un progetto di lungo periodo e che sarà uno dei parametri più importanti per misurare il successo dell'operazione.

La Formula 1 può davvero aiutare l'economia africana?

Non siamo certi che sia l'interrogativo più importante, ma è difficile ignorare il contrasto tra le difficoltà economiche di una parte della popolazione africana e lo sfarzo, talvolta persino eccessivo, che accompagna alcuni appuntamenti della massima categoria. La Formula 1 è oggi una piattaforma promozionale di straordinaria portata internazionale, capace di attirare visitatori, investitori e attenzione mediatica. Organizzare un Gran Premio comporta però anche costi enormi, soprattutto quando è necessario costruire da zero un circuito e tutte le infrastrutture necessarie.

In un Paese come il Rwanda, dove una parte significativa della popolazione affronta ancora importanti difficoltà economiche, è legittimo domandarsi quanto di questo investimento possa tradursi in benefici concreti per la popolazione. Alberghi, ristorazione, trasporti e imprese locali potrebbero certamente trarne vantaggio, ma non è affatto scontato che la ricchezza generata da un evento internazionale venga distribuita in maniera sufficientemente ampia.

Il presidente ruandese Paul Kagame ha presentato il progetto come un investimento nel futuro del Paese, capace di creare posti di lavoro, sviluppare competenze e attrarre nuove attività economiche. Anche Stefano Domenicali ha insistito sul fatto che l'obiettivo non sia semplicemente organizzare una gara, ma produrre benefici economici e sociali attraverso turismo, investimenti e crescita delle imprese locali.

La differenza la faranno soprattutto il modello di finanziamento, il coinvolgimento delle imprese ruandesi e la capacità di utilizzare le infrastrutture anche al di fuori del weekend di gara. Il circuito sorgerà infatti a Bugesera, circa 40 chilometri a sud di Kigali, accanto al nuovo aeroporto internazionale, nell'ambito di un progetto più ampio di sviluppo turistico e commerciale. Un'impostazione potenzialmente interessante, a condizione che i benefici economici non restino confinati all'evento e ai suoi principali operatori.

Un circuito spettacolare, almeno sulla carta

La F1 torna in Africa: la speranza è che non sia l''ennesima cartolina

Dal punto di vista sportivo, le prime informazioni sul tracciato sono decisamente incoraggianti. Il progetto, sviluppato con il contributo dell'ex pilota di Formula 1 Alex Wurz e degli studi Tilke e Dar, sfrutterà la conformazione naturale del territorio, caratterizzato da colline e forti variazioni altimetriche.

Il disegno preliminare prevede un circuito lungo oltre sei chilometri, con 17 curve, percorrenza antioraria e 197 metri di dislivello complessivo lungo il giro. Curve molto veloci, tratti sopraelevati e pendenze importanti dovrebbero caratterizzare un tracciato che comprenderà anche un lungo rettilineo seguito da una frenata impegnativa. Il tutto in un paesaggio collinare affacciato sul lago Kidogo.

Wurz ha descritto il futuro circuito come una sorta di montagna russa, pensata per esaltare la guida e mettere alla prova piloti e ingegneri. Una prospettiva che ci incuriosisce particolarmente, perché richiama una caratteristica fondamentale di alcuni dei circuiti più affascinanti della storia: la capacità di sfruttare la conformazione naturale del territorio per creare curve, cambi di pendenza e sequenze tecniche capaci di mettere davvero in difficoltà chi guida.

Non vorremmo però che anche in questo caso il progetto finisse per essere condizionato soprattutto dalle esigenze televisive, commerciali e architettoniche. Un circuito non diventa interessante soltanto perché attraversa un paesaggio spettacolare o perché offre immagini suggestive dall'elicottero. Deve avere una propria identità sportiva, curve che richiedano coraggio, traiettorie che permettano interpretazioni differenti e caratteristiche capaci di favorire gare combattute.

La speranza è che questa volta lo spettacolo venga progettato per la pista, non soltanto per ciò che la circonda. E che i dislivelli e le curve velocissime annunciati non siano soltanto elementi da esibire nelle presentazioni, ma diventino parte di un circuito capace di conquistare piloti e appassionati.

Il rischio di un'altra cattedrale nel deserto

La F1 torna in Africa: la speranza è che non sia l''ennesima cartolina

Resta infine un problema che la Formula 1 conosce molto bene: quello dei grandi impianti costruiti sull'onda di ambizioni internazionali, destinati però a un utilizzo limitato una volta spenti i riflettori del Gran Premio.

Gli organizzatori prevedono che il nuovo complesso possa ospitare durante tutto l'anno competizioni motoristiche, concerti, conferenze e altre manifestazioni, con una capacità annunciata di circa 100.000 spettatori. È un elemento essenziale per giustificare un investimento di questa portata, ma saranno i fatti a dimostrare se esisterà una domanda sufficiente a sostenere economicamente la struttura nel lungo periodo.

Ed è qui che le parole di Ben Sulayem sull'accessibilità e sullo sviluppo dei talenti acquistano un significato particolare. Perché sarebbe paradossale costruire uno dei circuiti più moderni del mondo in un continente che attende da oltre trent'anni il ritorno della Formula 1, senza creare contemporaneamente le condizioni affinché una nuova generazione di piloti, tecnici e appassionati africani possa realmente avvicinarsi al motorsport.

Il ritorno della Formula 1 in Africa è una notizia che accogliamo con entusiasmo. Il continente merita di tornare a essere parte integrante del Campionato del Mondo e il Rwanda ha certamente il diritto di investire nelle proprie ambizioni sportive ed economiche. Ma sarebbe un errore considerare automaticamente virtuoso un progetto soltanto perché restituisce alla Formula 1 una presenza geografica che mancava da troppo tempo.

Tra dieci o vent'anni, la domanda sarà un'altra: il Rwanda avrà guadagnato un'infrastruttura capace di produrre opportunità, lavoro e sviluppo, oppure soltanto un circuito costosissimo da mantenere?

Perché, al di là degli annunci e delle promesse, la vera eredità di un Gran Premio e di un investimento così imponente non dovrebbe essere misurata attraverso le immagini spettacolari di un weekend, ma anche attraverso ciò che riesce a costruire nel territorio negli altri 362 giorni dell'anno.

Le accuse di Amnesty International

Al di là delle considerazioni economiche e sportive, il ritorno della Formula 1 in Africa solleva anche interrogativi di natura politica. Amnesty International ha infatti criticato duramente l'accordo decennale con il Rwanda, definendolo attraverso Felix Jakens, responsabile delle campagne dell'organizzazione nel Regno Unito, «un premio per lo sportswashing delle autorità ruandesi». L'accusa è quella di utilizzare grandi eventi sportivi internazionali per migliorare l'immagine del Paese e distogliere l'attenzione dalle violazioni dei diritti umani.

Amnesty ricorda come il Rwanda abbia già investito nella propria visibilità internazionale attraverso sponsorizzazioni calcistiche, tra cui quelle con Arsenal e Aston Villa, e l'organizzazione dei Mondiali di ciclismo. Secondo l'organizzazione, dietro questa strategia promozionale si nasconderebbe una realtà segnata da detenzioni arbitrarie, torture e repressione della libertà di espressione. Particolarmente gravi anche le accuse relative al coinvolgimento ruandese nel conflitto nella Repubblica Democratica del Congo, attraverso il sostegno al gruppo armato M23 e le operazioni delle proprie forze militari nell'est del Paese.

Jakens ha quindi rivolto un appello diretto alla Formula 1, invitandola a non limitarsi al ruolo di spettatrice, ma a utilizzare la propria influenza sulle autorità ruandesi per favorire cambiamenti concreti, anziché prestare il proprio marchio a un'operazione di pubbliche relazioni. Una presa di posizione che aggiunge un ulteriore elemento di riflessione: l'espansione globale della Formula 1 non può prescindere da una valutazione delle responsabilità che accompagnano la scelta dei Paesi ospitanti, soprattutto quando lo sport viene presentato come uno strumento di progresso e sviluppo.

Foto copertina www.formula1.com

Foto interna www.topafricanews.com

Articolo modificato il 14.10.2026 alle ore 19.16

Iscriviti al nostro canale YouTube Video, analisi e approfondimenti per seguire la Formula 1 da vicino.
Iscriviti

Tag
africa | sulayem |